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North of fashion.

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Bello.

Sarah Cooper (USA) e Nina Garfer (Austria) sono due fotografe che lavorano insieme dal 2006. Vivono entrambe in Svezia e nelle loro opere si avverte quel delicato estraniamento tutto celebrale tipico di certe culture nordiche. Attingono anche in modo evidente alle radici della pittura del XVIII e XIX secolo.

Con le loro foto ci invitano a visitare mondi sospesi, ipnotici. E’ innegabile che gli abiti siano un elemento importante per queste due artiste, tanto che il loro ultimo lavoro indaga le origini della moda nordica. Presso il National Museum of Photography di Copenhagen.

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Moda e morte.

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Bello.

Love & Loss – Fashion & Mortality,  questo è il titolo di una mostra che durerà fino al 7 Giugno presso il Lentos Kunstmuesum Linz in Austria. Una mostra che celebra bellezza e abisso.

Il tema è insolito, ma decisamente stimolante. Apparentemente sembra che i due termini si collochino agli opposti di un discorso, in realtà spesso artisti e creativi hanno riflettuto su quella che potremmo definire la bellezza estrema: la morte.

Immagino che a molti, parlando di questo tema, venga subito in mente Alexander McQueen e la sua estetica visionaria e dark; a me, in verità, vengono in mente immagini di gioielli vittoriani realizzati con capelli umani. Ma non solo. Ripenso ai sudari (o abiti mortuari), preziosissimi, di popoli e periodi diversi. Pensate agli antichi egizi o alla cultura pre-colombiana.

Mi sembra che l’esperienza della bellezza, come ricerca e come pratica quotidiana, non possa prescindere dalla riflessione sulla fugacità. Così come la felicità, la bellezza è un evento imprevedibile e raro, non è possibile descriverlo se non in modo sporadico. Ci coglie, a volte, totalmente impreparati.

Così come per la bellezza, non abbiamo parole per descrivere la morte. Forse solo le immagini possono venirci in soccorso.

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Women of chic are wearing now dresses they bought from me in 1939. Fit the century, forget the year.

Bello.

Il suo nome per intero era Valentina Nicholaevna Sanina Schlee, ma divenne famosa con il solo nome di Valentina. Era arrivata in America dalla lontana Ucraina con molti sogni, una classe innata e una sfolgorante bellezza e con questo bagaglio non indifferente fu capace di vestire grandi star del cinema. Prima fra tutte la Garbo.

Il suo era uno stile misurato, che lasciava però trasparire un lusso sicuro, dichiarato. Non per niente affermava (sfacciatamente): “No matter how broke you are, always travel first class -otherwise you’ll never meet the right kind of people-“

Si intuisce, attraverso i suoi abiti, l’influenza di couturier del calibro di Madeleine Vionnet e  Madame Grès , e come darle torto? D’altra parte scelse le migliori e anche coloro che, agli occhi delle ricchissime borghesi americane, rappresentavano classicità e avanguardia insieme.  Il lusso supremo.

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In the mood of love and peace.

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Bello.

Tan Tan Studio ha sede a Taipei (Taiwan) e la sua estetica mi ha immediatamente sedotta. Ottimista, naif, semplice e utile. Ottimi pezzi di reale fashion design, pensati per soluzioni pratiche, ma con un tocco romantico.

Si tratta della collezione dello scorso inverno, ma non c’è ragione per non parlarne anche adesso: le cose buone non hanno scadenza.

Beautiful.

Tan Tan Studio is based in Taipei (Taiwan) and its aesthetic seduced me immediately. Optimistic, naive, simple and useful. Every piece of cloth is an excellent example of real fashion design, designed for practical solutions, but with a romantic touch.

This is the last winter collection, but there is no reason not to talk about it even now: good things have no expiry date.

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veletta 8 schiaparelli 1938Elsa Schiaparelli 1938

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2013

Bello.

Sarà un caso se le velette sono un tema ricorrente delle mie piccole ossessioni (o passioni) quotidiane? E non solo mie, da quanto vedo in giro.

Nascondere la faccia, questo mi viene in mente. Ma più della faccia, gli occhi.

Se in passato la veletta aveva scopi estetici o relativi al pudore, oggi a me sembra piuttosto uno stratagemma difensivo, oppure un sipario adatto a prendere le distanze.  Capisco bene il senso: la paura a volte lascia interdetti e muti e la voglia di scappare o celarsi è immediata.

Quel celare lo sguardo potrebbe però anche alludere al tentativo di sfuggire alla decodifica della parte più sincera di ognuno di noi: gli occhi, lo specchio dell’anima.  Forse l’anima è rimasto l’ultimo avamposto di una vera e totale privacy?

Per alcuni, temo, che il vero scandalo da nascondere possa essere l’assenza. Dell’anima.

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Le camicie di Ferrè.

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Bello.

Sono tornata a Milano qualche settimana fa per visitare una mostra imperdibile, visto che si trattava di Gianfranco Ferrè.

La mostra si intitolava La camicia bianca secondo me. Gianfranco Ferrè ed era costruita, come si intuisce dal titolo, intorno ad uno dei grandi amori di Ferrè: la camicia bianca. Poiché si tratta di una passione che condivido e di cui ho già scritto e inoltre poiché ho sempre ammirato e apprezzato il lavoro di questo stilista, capite bene che non potevo mancare. Ferrè è uno dei pochi stilisti che non ha disdegnato l’insegnamento, intuendo che la trasmissione dei saperi fosse importante tanto (e forse più) quanto il lavoro creativo sugli abiti. Fu infatti uno dei fondatori della Domus Academy di Milano, dove insegnò fino a quando la maison Dior lo chiamò come direttore creativo. A quel punto gli impegni di lavoro gli impedirono di continuare, ma le sue lezioni sono raccolte in un importante volume: Gianfranco Ferrè – Lezioni di Moda, Marsilio ed.

La camicia bianca rappresenta per me la sintesi perfetta di estetica e funzionalità, un vero e geniale esempio di design e credo che difficilmente sia possibile migliorare questo risultato. Ciononostante Ferrè è riuscito a costruire intorno a questo capo tutto un mondo fatto di interpretazioni, suggestioni, costruzioni sartoriali che, lasciandone intatto il significato concettuale, ne amplificano tuttavia la portata.

L’allestimento della mostra era puro e suggestivo, credo come sarebbe piaciuto al grande stilista/architetto.

Per chi non avesse potuto ammirare di persona la mostra, lascio alle immagini il compito di raccontare questo fantastico viaggio nelle collezioni di Gianfranco Ferrè dal 1982 al 2006.

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Nostàlgia.

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Myrna Loy, 1932

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Agnes Ayres, anni ’20

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Bello.

Lo so, farò la solita figura di quella un po’ retrò, anzi proprio vecchia (come dice spesso mio figlio!), ma io adoro le velette. Confesso di averne anche una piccola collezione, che raramente sfoggio, mi sentirei troppo osservata.

Però amerei possedere un pizzico di esibizionismo in più per potermene fregare degli sguardi della gente e con nonchalance andarmene in giro con il volto velato. Cosa che tra l’altro funziona meglio di Photoshop!

Le ultime sfilate hanno riproposto questo accessorio, appoggiandolo persino su berretti di lana. Io però continuo a preferirlo nel modo più classico: con piccoli cappelli o semplici acconciature.

Non si può, né si deve, secondo me, snaturare un concetto così affascinante come quello del mistero. La veletta, che mette una distanza effimera eppure efficace tra sé e il mondo, rimane per me l’oggetto del sogno. La rappresentazione bellissima di una moda che se ne infischia di necessità e velocità.  Lontana anni luce da questo tempo, vicinissima però al concetto più puro di moda.

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