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Margiela e la Couture ritrovata.

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Margiela Artisanal 3

Margiela Artisanal 4

Bello?

L’ultima sfilata della collezione Margiela Artisanal mette chiaramente l’accento sul termine couture.  Che sia questo il senso di un nuovo concettualismo? Privo ormai quasi del tutto da trovate provocatorie (già sperimentate) e da quel minimalismo di ritorno che a furia di fare avanti e indietro si è del tutto scaricato, ecco che ciò che rimane è finalmente solo lo scheletro portante: la couture.

Non si può dire che non ce ne fossimo già accorti, eppure visto da Margiela il fenomeno non lascia indifferenti.

John Galliano mette in atto così la quadratura del cerchio, lui che di couture si è sempre nutrito; riesce in questo modo ad essere contemporaneamente antico e moderno, scavalcando in un attimo quel divario tra tradizione e sperimentazione.

Credo che sia proprio questo quello che ci si aspettava da lui quando, a sorpresa, gli è stata affidata la direzione di questo marchio: un lusso autentico, ma evoluto.

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L’alta moda è arte?

V&R 1

V&R 2

V&R 3

Bello.

Viktor & Rolf haute couture FW 2015/16, ovvero una ulteriore riflessione su moda e arte.

Quanto c’è di artistico in certi abiti e quanto conta la moda del momento per alcuni artisti? Ci sono artisti che vanno di moda? Ci sono stilisti che più di altri si fanno ispirare dall’arte? Ci sono stilisti che sfruttano l’arte o gli artisti per darsi un tono?

E poi, chi compra alta moda è lo stesso che colleziona arte?

Sembrerebbe di si, visto che uno degli abiti della collezione è stato prontamente acquistato da un collezionista per donarlo ad un museo di Rotterdam. Quindi sembrerebbe scontata almeno una risposta: se va in un museo, questa moda è arte.

Rimane però il dubbio se sia ancora moda..

Quanto pesano questi vestiti? Sono realmente pensati per vestire un corpo piuttosto che essere appesi ad una parete?

Personalmente ciò che mi intriga dell’alta moda è proprio questo non tener conto della realtà, dei limiti e della coerenza. Caratteristica che più di altre la accomuna all’arte. Rimango convinta che moda e arte percorrano strade diverse che si intersecano di sovente.

Ed è proprio a quegli incroci che si assiste a piccoli miracoli di bellezza.

P.s. Va da sé che io non ho verità in tasca, né risposte certe per tutte queste domande. Inoltre so bene che le domande non sono quasi mai sciocche, mentre lo sono a volte le risposte.

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Schiaparelli never die.

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Brutto.

A Parigi le sfilate di alta moda sono cominciate e se dall’alba si vede il buon giorno, allora non credo ci sia molto da gioire.  Ecco l’ennesimo nome che si cimenta con l’eredità di Elsa Schiaparelli: Bertrand Guyon, che esordisce con una collezione già vecchia, non trovo altri aggettivi. Vecchia per l’uso poco creativo dei materiali, per quelle proporzioni che mi ricordano collezioni di dieci e più anni fa, per il ricorso a ricami presi quasi pari pari dagli archivi del marchio. Una collezione per vecchie signore in vena di ricordi, si direbbe. Nemmeno un guizzo di autentico coraggio.

Già molti tentativi sono stati fatti -troppi- eppure non c’è verso di convincere chi di dovere a lasciar riposare questo nome nei libri di storia della moda, anziché intestardirsi a voler trovare un degno successore per una storia già bella e conclusa.

Purtroppo questo caso evidenzia quello che già avevo notato in altre circostanze: non basta un cospicuo heritage e una rispolverata agli archivi per confezionare un successo. Non basta nemmeno cambiare squadra e allenatore ad ogni stagione. Perché ci sono nomi e storie che funzionano solo in alcuni momenti e poi mai più.

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Nomi nuovi . Aria nuova

MFW Invuerno 2015

antonio sicilia1 jpg

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Bello.

C’è ancora qualcuno che si rammarica del fatto che la moda non sia capace di produrre più alcuna novità, ma solo reinventare il passato, se non addirittura copiarlo (con giusto qualche minima aggiunta, per poterci far credere di interpretare). Ci sono poi quelli che imperterriti si giustificano dicendo che ormai è stato inventato tutto, quindi evviva il revival!

Eppure basterebbe guardare là dove i più non guardano, perché non esistono mica solo le fashion week di New York, Parigi e Milano..

Si chiama Antonio Sicilia questo giovane stilista spagnolo alla sua prima collezione, presentata durante la Mercedes-Benz Fashion Week di Madrid. La collezione si chiama Duelo (lutto) ed è dedicata alla madre. Come si può immaginare dal titolo e da questi abiti, non deve essere una storia allegra, eppure c’è in tutta la collezione una luminosità che non deriva solo dall’abbondante uso del bianco.

Certo le idee non sono ancora chiarissime (però ci sono) e si intuisce una certa smania di stra-fare, ma ben vengano anche queste giovanili imperfezioni.  Io mi chiedo, esistono ancora i talent scout?

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Volevo i pantaloni – Una storia di reale avanguardia.

trousers 1851USA, 1851

trousers 18641864

trousers 19051905

trousers 1910USA, 1910

trousers 1026-27Callot Soeurs, 1926-27

Bello.

Ma la vera pioniera in fatto di pantaloni fu l’americana Amelia Bloomer (da cui prese il nome quel modello tanto utilizzato dalle prime signore in bicicletta).  Sulla rivista che dirigeva, The Lily, perorò la causa di un abbigliamento più comodo e consono alle esigenze di movimento delle donne, provando ad infrangere un tabù fortissimo. Troppo presto, visto lo scandalo che provocò, indossando lei per prima i pantaloni.

circa 1855:  Rebecca Isaacs, singer of the lovely song 'I Want To Be A Bloomer', wearing bloomers, loose trousers gathered at the knee or ankle, a fashion started by Amelia Bloomer, an American magazine editor.  (Photo by Rischgitz/Getty Images)

Lo scandalo dall’America arrivò fino all’Europa, tanto che lei fu costretta infine a ritornare alle vecchie, scomodissime gonne lunghe. Ma la storia non si fermò di certo. Piano piano quel seme di indipendenza è arrivato fino a noi, che indossiamo con noncuranza i pantaloni, senza soffermarci a riflettere quanta storia e coraggio ci siano voluti per permetterci questa normalità.

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Delitti e misfatti in nome della moda.

fashion orror

Bello.

E’ un piccolo libro di 57 pagine (si infila senza problemi anche in una clutch di dimensioni minime), con una pink-copertina, una grafica accattivante e un titolo azzeccatissimo. Ma soprattutto si legge tutto d’un fiato, regalando numerosi sorrisi, che servono sempre.

Fashion Horror Show (ed. Il leone verde) è scritto da due sorelle che si occupano di moda, lifestyle e molto altro: Giulia e Maurizia Pennaroli (www.torinostyle.blogspot.it). Il libro parla la lingua dell’anti-moda, proprio come piace a me: elenca gli errori e i delitti estetici fatti in nome di una concezione modaiola un po’ superficiale.

Diciamo la verità, nessuna di noi è immune da questo tipo di crimine e infatti non si fa fatica a riconoscersi, almeno un po’, in una (o più di una) delle categorie di “tipi” presi in considerazione (personalmente ho fatto un mea culpa al capitolo che riguarda “la ragazza di cinquant’anni”..).

Una sezione a parte prende in considerazione poi i capi più incriminati del guardaroba, quelli che in un guardaroba almeno decente proprio non dovrebbero entrare. E infine l’ultimo capitolo è dedicato agli evergreen, con cui è davvero difficile sbagliare, elenco che potremmo definire di pronto soccorso per le più imbranate o per i momenti di totale amnesia stilistica.

Insomma Fashion Horror Show non ha la pretesa di insegnarvi a diventare donne di stile (quello non ve lo insegnerà nessuno!), però vi indicherà la strada dell’ironia e soprattutto dell’auto-ironia mentre vi guardate allo specchio prima di uscire, che è poi l’unico accessorio che non passa mai davvero di moda.

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Théatre de la mode.

theatre de la mode

theatre de la mode (Molineaux)Edward Molyneux

theatre de la mode (Patou)Jean Patou

Bello.

Si chiamava Théatre de la Mode e fu esposto a Parigi il 27 marzo 1945, a guerra appena finita. Non c’erano tessuti e quel poco che c’era doveva essere utilizzato con infinita parsimonia. Quindi si utilizzarono manichini in miniatura fatti con filo di ferro e testine di bronzo. Tutte le maison che erano sopravvissute alla guerra vestirono queste bambole alte 70 cm, con le loro ultime novità.

“Si è rimesso in pista qualcosa che aveva continuato ad esistere, ma che non era più così conosciuto. Si poteva pensare che la Couture fosse qualcosa del passato che stava per scomparire o che era già scomparsa. Al contrario…” (Robert Ricci).

Quello che mi colpisce in questi tre modelli, è l’incredibile somiglianza con quel new look che Christian Dior avrebbe imposto  al mondo con grande clamore mediatico ben due anni dopo.

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