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Sulle tracce di Gabrielle.

Molte donne eleganti avevano raggiunto Deauville. Bisognò non soltanto far cappelli per loro, ma presto, in mancanza di un sarto, vestirle. Confezionai per loro dei jersey con maglioni di stallieri, golf d’allenamento come ne portavo io stessa. Alla fine di quella prima estate di guerra avevo guadagnato 200 mila franchi d’oro (…). Cosa sapevo del mio nuovo mestiere? Nulla. Ignoravo che esistessero sarte. Avevo una coscienza maggiore della rivoluzione che stavo per provocare nell’abbigliamento? In nessun modo. (…). S’offriva un’opportunità, io la presi. Avevo l’età di quel secolo nuovo che si rivolse dunque a me per l’espressione del suo guardaroba. Occorreva semplicità, comodità, nitidezza, gli offrii tutto questo, a sua insaputa. I veri successi sono fatali.

( C. Chanel)

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Bello.

Passeggiando sul lungomare di Deauville con le cabine che prendono il nome da personaggi famosi (soprattutto divi americani, e noto che Ridley Scott è l’unico con il titolo di Sir) ammiro una bella mostra dedicata ai cavalli. E’ risaputo che couture e corse di cavalli hanno da sempre una liaison intensa: l’ippodromo di Deauville era il luogo preferito per coloro che volevano vedere e farsi vedere.

Di lei (Gabrielle), qui a Deauville si sono perse le tracce. Ne ho cercate invano: troppo tempo e troppa moda sono trascorsi.

 

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Big Walter colpisce ancora.

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Bello.

Walter van Beirendonck, collezione estate 2015.  Lui almeno ci prova, a cercare strade poco battute, magari anche solo a prendersi un po’ di divertimento.

Mi ha incuriosito quel fucile abbinato ai fiori: sarà un ritorno al  fate l’amore, non fate la guerra?

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L’ombelico del giornalista.

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Brutto.

C’è uno scivolone classico per il giornalista che si occupi di moda: la saccenza.  Quel parlarsi addosso, consci di aver frequentato tante sfilate, aver visto quintali di vestiti e aver ascoltato innumerevoli descrizioni di stili, ispirazioni, visioni, modelli, muse, donne e uomini ideali.

Tutto questo è esperienza, innegabilmente. Però io credo che l’esperienza sia un filtro, capace di sottrarre il superfluo.  Invece mi accorgo che troppo spesso dalle riviste di moda o dai quotidiani arrivano scritti ingombranti, almeno tanto quanto lo diventano sempre più le riviste stesse.

Stessa aria si respira sui social network, dove capita di leggere dialoghi tanto autoreferenziali da sfiorare il ridicolo. Perlopiù incomprensibili per i non addetti ai lavori.  Che cosa è questo se non l’affermazione di uno status? Come quel postare i video in anteprima dell’ultima sfilata, che in parole poverissime significa: io c’ero. E quindi io valgo.

Fintanto che la moda sarà intesa come una lobby di super-selezionati adepti non ci sarà spazio per i tentativi di farla percepire come veicolo anche di cultura.

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The man I wish – 2

missoni 2015

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Bello.

Ammetto senza alcun senso di colpa che delle sfilate moda uomo me ne sto moderatamente infischiando. In fondo quel poco che mi è capitato di vedere mi da l’idea che niente di nuovo stia succedendo sotto il cielo: solite tipologie di adolescenti imberbi e gracilini fino al limite del bruttarello. Corpi esteticamente evanescenti, tanto da scomparire quasi dentro agli abiti.  Sembra che non sia chic l’uomo avvenente. Gli abiti poi, simulano l’eterna indecisione tra il super-classico sartoriale e la neo-boheme borghese e annoiata.

Ma da Missoni no. Qui il pettorale ha diritto di mostrarsi e gli abiti, che se pure non brillano per originalità, perlomeno non provocano sbadigli.

 

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Gli abiti del compositore.

mario brunello

Bello.

Mario Brunello è un violoncellista di cui ho grande stima, per la musica che suona ma anche per ciò che dice e che fa.  Ha scritto un libro che si intitola Silenzio, in cui racconta il senso di quello che Schubert chiamava l’ottava nota.

Brunello ha poi preso un capannone dismesso, l’ha ridipinto, l’ha chiamato Antiruggine e l’ha aperto a chiunque volesse ascoltare la sua musica in divenire: quelle che comunemente si chiamano ‘prove’.

Lui dice: – ..mi dispiace che il lavoro delle prove vada perduto. E’ come buttare via quintali di stoffa per fare un vestito. Cosa ne facciamo di quel materiale? -.

Ecco un parallelo con la moda che nessuno aveva mai pensato.

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Arsenico e merletti – Belle da morire.

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Brutto?

In piena epoca vittoriana le donne amavano vestirsi di una particolare tonalità di verde. Era il colore di tendenza e non c’è dubbio che le signore in questione fossero delle autentiche fashion-victims perché quel colore era a base di arsenico.

Niente a che vedere con le moderne fashion-victims che nel peggiore dei casi rischiano solo di rendersi ridicole..  Indossare quegli abiti, quelle stole, quei copricapi impregnati di veleno poteva provocare orribili sofferenze fino ad arrivare alla morte precoce.

Ma non è tutto. Quegli abiti lasciavano dietro loro una scia nefasta: ne subivano le conseguenze tessutai, sarti, ricamatrici, lavandaie, domestici. E poi ancora mariti ed accompagnatori che stringevano le dame durante i balli mondani e persino i bambini che venivano abbracciati o tenuti in grembo dalle eleganti e letali mamme.

Sembra che le donne (ma anche uomini) continuassero ad usare i tessuti tinti con quel colorante anche dopo che erano stati resi noti gli effetti funesti che comportavano, arrivando persino a impiegarli per tappezzare intere stanze.

Alcuni degli abiti all’arsenico, insieme con altri capi altrettanto dannosi per la salute, saranno in mostra al Toronto’s Bata Shoe Museum dal 18 Giugno fino al 2016 nella mostra Fashion Victims: The Pleasures and Perils of Dress in the 19th Century.

Il direttore del museo tranquillizza i visitatori circa il pericolo che potrebbe derivare dall’accostarsi a quegli abiti (a meno di leccarli, dice lui..).

C’è da credergli?

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La superficie delle cose: la moda al tempo di Google.

moda

Brutto.

Da un po’ di tempo Inès de la Fressange ha una sua rubrica su D di Repubblica. Ho già scritto in passato sull’inconsistenza dei suoi interventi, ma mi tocca tornare sul tema dopo aver letto uno di questi ultimi.  Arrivata alla fine dell’articolo le parole escono spontanee, e non sono lusinghiere..

D’altra parte la stessa Inès confessa candidamente di avere più affinità con le immagini che con le parole, allora non mi spiego il motivo di tanto sforzo.  Ma torniamo al tema dell’articolo: il significato della parola moda.  E qui è facile constatare che lo sforzo sia quantomeno immane.

Ma Inès con il suo piglio naif risolve la questione con un colpo di genio: digita il termine su Google e sta a vedere le immagini che il motore di ricerca le propone. Dopodiché ce le racconta.

E’ mai possibile che una che è stata musa di Lagerfeld, consulente di Gaultier e ha potuto frequentare gli atelier più influenti  abbia così poco da dire in proposito di moda da affidarsi alla casualità (e superficialità) di un motore di ricerca? Parrebbe un giochino per dilettanti, e infatti lo è. Un giochino adatto ad uno studente alle prime armi o a un curioso in vena di cazzeggio. Non certo degno di un intero articolo.

Ed ecco che per fare il pari con la nobildonna ho postato la prima immagine che mi è capitata a tiro in tema di moda.  Una vera schifezza mi direte.

Infatti.

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La stagione dei pastelli.

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Bello.

Si chiama Xiao Li, è cinese ma ha studiato a Londra, dove al termine degli studi ha presentato questa collezione che non è passata inosservata.

Per la sua visione del futuro la designer utilizza silicone stampato che imita la maglieria e grazie anche a quei colori pastello assume un’aria tutt’altro che fantascientifica.

L’ispirazione evidente a Balenciaga è un altro punto a favore di Xiao Li, che ama effetti scultorei e volumi pieni ma anche aerei.

La sua bravura non è sfuggita a quel volpone di Renzo Rosso che, dopo averle assegnato un premio se l’è accaparrata per il suo team.

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The glamour of Italian fashion – Quello che il mondo sa di noi.

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Bello.

Ancora una volta la mia inviata molto speciale Clara Tosi Pamphili si è offerta gentilmente di essere il mio alter ego nel visitare una mostra imperdibile, che celebra nel mondo quel ‘sapere’ italiano a cui noi, in patria, diamo spesso scarsa attenzione. La mostra è The glamour of Italian fashion: 1945-2014 , inaugurata a Londra presso il Victoria & Albert Museum all’inizio di Aprile e visitabile fino al 27 di Luglio.  Certo salta all’occhio subito che un museo così blasonato dedichi tanto spazio alla moda (sono in programma a breve altre due mostre sul tema), e subito il paragone corre a ciò che succede da noi, dove la moda, che pure tutti si affannano a descrivere come ‘patrimonio nazionale’, stenta a suscitare interesse da parte del mondo culturale.

La presenza all’inaugurazione della mostra del premier italiano sembrerebbe un segnale positivo, ma temo che finita la festa e dismessi i tappeti rossi, nulla cambi.. Qualche presenzialismo in meno non guasterebbe in cambio di qualche risultato in più.

Ma ora ecco la bella lettera di Clara che, come di consueto, sa cogliere il senso dell’evento:

 

“Cara Adriana,

ti scrivo da Londra perché il V&A ha deciso di celebrare il Glamour italiano e io sono venuta a vedere come un meraviglioso museo, capace di ospitare la sapienza umana del fare artisticamente le cose utili, legga la nostra moda. La Mostra é seria, obiettiva, traccia un percorso fra l’origine e il futuro senza perdersi in chiacchiere. Ha l’onestà di esporre le immagini che hanno connotato il nostro stile e che a noi risultano ormai insopportabili ( la Lambretta di Vacanze Romane o Liz Taylor con i suoi gioielli degni di Cleopatra) insieme all’evoluzione della sapienza costruttiva delle Sartorie romane e italiane, fino al trionfo dei grandi brand. Riesce a dare un ordine ad un sistema che noi ancora non riusciamo a promuovere nel modo giusto, non a caso la Mostra l’hanno fatta loro e noi no, e a sintetizzare magistralmente in un concetto il made in Italy: in uno dei pannelli didascalici c’è scritto che lo stilista italiano é “More nuanced” …credo che questo descriva bene tutta la creatività italiana. “The Glamour of Italian Fashion 1945- 2014” racconta un periodo lungo, da crisi a crisi si potrebbe dire: dal sostegno frutto di una resa incondizionata degli americani con il piano Marshall, all’intelligenza imprenditoriale di Giorgini che con la sua famosa sfilata del 1951 alla Sala Bianca di Firenze da il via alla libertà creativa dei nostri Sarti, fino al glamour contemporaneo che ancora regala lustro al nostro paese in un periodo storico difficilissimo. E’ reso chiaro come tanto di quel glamour passi attraverso il cinema grazie soprattutto a chi faceva a Roma abiti per dive e divi, sicuramente meno cari di quelli francesi e in un clima di Hollywood sul Tevere che metteva allegria senza imporre formalismi. Bulgari é lo sponsor perfetto per una storia tanto legata all’ heritage, emblema del lusso ma anche della capacità artigianale italiana, in mostra espone un gioiello leggendario fatto per la Taylor. Poco ma simbolico spazio all’epoca moderna, quella dagli anni 70 ad oggi, ma la scelta é ragionata, gli elementi sulla costruzione, il taglio, la ricerca e la creazione ci sono tutti. Dicevo da crisi a crisi ma mi verrebbe da dire anche da sartine a sartine guardando le immagini più belle delle prime sale, quelle dei film come Cronaca di un Amore o le Ragazze di piazza di Spagna e il video che conclude la mostra dove si lamenta la mancanza di chi porterà avanti certe capacità artigianali….temo tanto che il messaggio sia soprattutto quello: il nostro é il fascino irresistibile dell’artigiano più che del couturier. Se c’è un messaggio e un suggerimento, cara amica, é quello di creare colti e preparati artigiani più che superficiali e impreparati stilisti.

Tua

Clara Tosi Pamphili “

E ancora una volta grazie Clara!

 

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Il paradiso può attendere?

MoMu(Olivier Theyskens per Rochas)

Bello.

Conosco persone che non amano affatto le piume, nutrono anzi una vera e propria fobia per tutto ciò che è piumato. Io, al contrario, ne sono letteralmente affascinata, sarei tentata quasi di collezionarle e non mi stanco di inserirle, di quando in quando, negli oggetti che creo.

Dal 20 Marzo si è aperta al MoMu Fashion Museum di Anversa la mostra Birds of Paradise che celebra appunto la presenza di questo elemento nella moda a partire dai fasti della Belle Époque fino ad oggi.

Una incantevole ossessione si direbbe, spesso addirittura fonte di vere e proprie visioni che si realizzano in abiti e accessori spettacolari. Perché le piume, con le loro infinite sfumature, l’aerea inconsistenza e il rimando a una dimensione altra, che non è quella terrena, scatenano una fantasia che trova il suo habitat naturale prevalentemente nell’haute couture.

L’istinto mi direbbe di correre a guardare la mostra, guardatevi il video e ditemi se non capita anche a voi:

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