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Le parole che non conosco: eleganza

valentino alta moda 2015

Bello?

Valentino alta moda aut. inv. 2014/15.

Forse l’eleganza in fatto di moda è questa? Un abito che potrebbero indossare tutte, ma proprio tutte senza sembrare troppo habillé e nemmeno troppo spoglie?

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Il ‘minimalismo’ di Schiaparelli.

1948

Bello.

Dopo aver letto l’autobiografia di Elsa Schiaparelli, Shocking life, mi è sempre rimasta la voglia e la curiosità di approfondire gli ultimi anni di attività della couturier.

Schiaparelli aveva lasciato il mondo nella moda nel 1954 (lo stesso anno in cui sarebbe riapparsa Chanel, sua rivale storica), non senza sconforto: basta leggere alcuni brani del suo libro per intuire quanto le costò questa scelta. Un mondo, con le sue regole e i suoi splendori, era tramontato, la clientela era radicalmente cambiata e  il business stava diventando la parola chiave.

Sfogliando però alcune foto dei suoi abiti di quel periodo, faccio fatica a pensare a una Schiap priva di idee o di inventiva:

1951 2

1952 3

1953

1952 4

1954

1953 2

Tutte le immagini si riferiscono a capi realizzati dal 1948 al 1954.

Credo che si avverta un’urgenza di cambiamento, anche di semplificazione; oserei dire, in qualche caso, addirittura di minimalismo, ma trattandosi di Schiaparelli mi rendo conto che oserei troppo..

Più probabilmente è la dimostrazione che la couturier non aveva perso affatto il suo fiuto per il futuro, né la sua capacità di anticiparlo. Solo i tempi erano cambiati, e non era più principalmente il talento il metro di giudizio.

E ancora mi chiedo, quanti  insospettabili hanno attinto a questa inesauribile fonte di pura e vera avanguardia senza nemmeno menzionarla? Di Elsa Schiaparelli circolano sempre le solite immagini del periodo surrealista, che sono ormai diventate un cliché per riviste, mostre e affini; persino gli omaggi dei vari stilisti contemporanei difficilmente si scostano da lì.

Che sia una strategia ben architettata per confondere le acque e non far risalire alla vera artefice di tanti outfit contemporanei?

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Sulle tracce di Gabrielle.

Molte donne eleganti avevano raggiunto Deauville. Bisognò non soltanto far cappelli per loro, ma presto, in mancanza di un sarto, vestirle. Confezionai per loro dei jersey con maglioni di stallieri, golf d’allenamento come ne portavo io stessa. Alla fine di quella prima estate di guerra avevo guadagnato 200 mila franchi d’oro (…). Cosa sapevo del mio nuovo mestiere? Nulla. Ignoravo che esistessero sarte. Avevo una coscienza maggiore della rivoluzione che stavo per provocare nell’abbigliamento? In nessun modo. (…). S’offriva un’opportunità, io la presi. Avevo l’età di quel secolo nuovo che si rivolse dunque a me per l’espressione del suo guardaroba. Occorreva semplicità, comodità, nitidezza, gli offrii tutto questo, a sua insaputa. I veri successi sono fatali.

( C. Chanel)

deauville 1916

deauville 3

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deauville mariniere

deauville mariniére

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deauville 5

 

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deauville 10

deauville chanel

Bello.

Passeggiando sul lungomare di Deauville con le cabine che prendono il nome da personaggi famosi (soprattutto divi americani, e noto che Ridley Scott è l’unico con il titolo di Sir) ammiro una bella mostra dedicata ai cavalli. E’ risaputo che couture e corse di cavalli hanno da sempre una liaison intensa: l’ippodromo di Deauville era il luogo preferito per coloro che volevano vedere e farsi vedere.

Di lei (Gabrielle), qui a Deauville si sono perse le tracce. Ne ho cercate invano: troppo tempo e troppa moda sono trascorsi.

 

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Big Walter colpisce ancora.

w. van beirendonck 2015 1

w. van beirendonck 2015 2

w. van beirendonck 2015 3

Bello.

Walter van Beirendonck, collezione estate 2015.  Lui almeno ci prova, a cercare strade poco battute, magari anche solo a prendersi un po’ di divertimento.

Mi ha incuriosito quel fucile abbinato ai fiori: sarà un ritorno al  fate l’amore, non fate la guerra?

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L’ombelico del giornalista.

scivolone

Brutto.

C’è uno scivolone classico per il giornalista che si occupi di moda: la saccenza.  Quel parlarsi addosso, consci di aver frequentato tante sfilate, aver visto quintali di vestiti e aver ascoltato innumerevoli descrizioni di stili, ispirazioni, visioni, modelli, muse, donne e uomini ideali.

Tutto questo è esperienza, innegabilmente. Però io credo che l’esperienza sia un filtro, capace di sottrarre il superfluo.  Invece mi accorgo che troppo spesso dalle riviste di moda o dai quotidiani arrivano scritti ingombranti, almeno tanto quanto lo diventano sempre più le riviste stesse.

Stessa aria si respira sui social network, dove capita di leggere dialoghi tanto autoreferenziali da sfiorare il ridicolo. Perlopiù incomprensibili per i non addetti ai lavori.  Che cosa è questo se non l’affermazione di uno status? Come quel postare i video in anteprima dell’ultima sfilata, che in parole poverissime significa: io c’ero. E quindi io valgo.

Fintanto che la moda sarà intesa come una lobby di super-selezionati adepti non ci sarà spazio per i tentativi di farla percepire come veicolo anche di cultura.

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The man I wish – 2

missoni 2015

missoni 2015 2

Bello.

Ammetto senza alcun senso di colpa che delle sfilate moda uomo me ne sto moderatamente infischiando. In fondo quel poco che mi è capitato di vedere mi da l’idea che niente di nuovo stia succedendo sotto il cielo: solite tipologie di adolescenti imberbi e gracilini fino al limite del bruttarello. Corpi esteticamente evanescenti, tanto da scomparire quasi dentro agli abiti.  Sembra che non sia chic l’uomo avvenente. Gli abiti poi, simulano l’eterna indecisione tra il super-classico sartoriale e la neo-boheme borghese e annoiata.

Ma da Missoni no. Qui il pettorale ha diritto di mostrarsi e gli abiti, che se pure non brillano per originalità, perlomeno non provocano sbadigli.

 

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Gli abiti del compositore.

mario brunello

Bello.

Mario Brunello è un violoncellista di cui ho grande stima, per la musica che suona ma anche per ciò che dice e che fa.  Ha scritto un libro che si intitola Silenzio, in cui racconta il senso di quello che Schubert chiamava l’ottava nota.

Brunello ha poi preso un capannone dismesso, l’ha ridipinto, l’ha chiamato Antiruggine e l’ha aperto a chiunque volesse ascoltare la sua musica in divenire: quelle che comunemente si chiamano ‘prove’.

Lui dice: – ..mi dispiace che il lavoro delle prove vada perduto. E’ come buttare via quintali di stoffa per fare un vestito. Cosa ne facciamo di quel materiale? -.

Ecco un parallelo con la moda che nessuno aveva mai pensato.

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Arsenico e merletti – Belle da morire.

verde arsenico

Brutto?

In piena epoca vittoriana le donne amavano vestirsi di una particolare tonalità di verde. Era il colore di tendenza e non c’è dubbio che le signore in questione fossero delle autentiche fashion-victims perché quel colore era a base di arsenico.

Niente a che vedere con le moderne fashion-victims che nel peggiore dei casi rischiano solo di rendersi ridicole..  Indossare quegli abiti, quelle stole, quei copricapi impregnati di veleno poteva provocare orribili sofferenze fino ad arrivare alla morte precoce.

Ma non è tutto. Quegli abiti lasciavano dietro loro una scia nefasta: ne subivano le conseguenze tessutai, sarti, ricamatrici, lavandaie, domestici. E poi ancora mariti ed accompagnatori che stringevano le dame durante i balli mondani e persino i bambini che venivano abbracciati o tenuti in grembo dalle eleganti e letali mamme.

Sembra che le donne (ma anche uomini) continuassero ad usare i tessuti tinti con quel colorante anche dopo che erano stati resi noti gli effetti funesti che comportavano, arrivando persino a impiegarli per tappezzare intere stanze.

Alcuni degli abiti all’arsenico, insieme con altri capi altrettanto dannosi per la salute, saranno in mostra al Toronto’s Bata Shoe Museum dal 18 Giugno fino al 2016 nella mostra Fashion Victims: The Pleasures and Perils of Dress in the 19th Century.

Il direttore del museo tranquillizza i visitatori circa il pericolo che potrebbe derivare dall’accostarsi a quegli abiti (a meno di leccarli, dice lui..).

C’è da credergli?

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La superficie delle cose: la moda al tempo di Google.

moda

Brutto.

Da un po’ di tempo Inès de la Fressange ha una sua rubrica su D di Repubblica. Ho già scritto in passato sull’inconsistenza dei suoi interventi, ma mi tocca tornare sul tema dopo aver letto uno di questi ultimi.  Arrivata alla fine dell’articolo le parole escono spontanee, e non sono lusinghiere..

D’altra parte la stessa Inès confessa candidamente di avere più affinità con le immagini che con le parole, allora non mi spiego il motivo di tanto sforzo.  Ma torniamo al tema dell’articolo: il significato della parola moda.  E qui è facile constatare che lo sforzo sia quantomeno immane.

Ma Inès con il suo piglio naif risolve la questione con un colpo di genio: digita il termine su Google e sta a vedere le immagini che il motore di ricerca le propone. Dopodiché ce le racconta.

E’ mai possibile che una che è stata musa di Lagerfeld, consulente di Gaultier e ha potuto frequentare gli atelier più influenti  abbia così poco da dire in proposito di moda da affidarsi alla casualità (e superficialità) di un motore di ricerca? Parrebbe un giochino per dilettanti, e infatti lo è. Un giochino adatto ad uno studente alle prime armi o a un curioso in vena di cazzeggio. Non certo degno di un intero articolo.

Ed ecco che per fare il pari con la nobildonna ho postato la prima immagine che mi è capitata a tiro in tema di moda.  Una vera schifezza mi direte.

Infatti.

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La stagione dei pastelli.

xiao li 2

Bello.

Si chiama Xiao Li, è cinese ma ha studiato a Londra, dove al termine degli studi ha presentato questa collezione che non è passata inosservata.

Per la sua visione del futuro la designer utilizza silicone stampato che imita la maglieria e grazie anche a quei colori pastello assume un’aria tutt’altro che fantascientifica.

L’ispirazione evidente a Balenciaga è un altro punto a favore di Xiao Li, che ama effetti scultorei e volumi pieni ma anche aerei.

La sua bravura non è sfuggita a quel volpone di Renzo Rosso che, dopo averle assegnato un premio se l’è accaparrata per il suo team.

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